Feb 15, 2014 - Biografie, sport    No Comments

Gianluca Pozzi, lo zingaro del tennis

Il 2003 ha segnato l’addio all’attività agonistica di Gianluca Pozzi, il miglior tennista pugliese di sempre ed uno fra i più forti in Italia nell’ultimo decennio. Alla fine anche un atleta “sempreverde” come lui ha dovuto arrendersi al verdetto inappellabile della carta d’identità che quest’anno è arrivata a segnare ben 38 anni. Un risultato eccezionale, perchè mentre tutti i suoi coetanei si sono ormai ritirati da un bel pezzo, il nostro Gianluca ha continuato imperterrito a duellare ad armi pari con avversari molto più giovani di lui, alcuni dei quali avrebbero potuto essergli figli.

Nato a Bari il 17 giugno 1965, ha iniziato a praticare lo sport della racchetta presso il locale Circolo Tennis mostrando subito del talento, specialmente nei colpi mancini al volo. Sistematicamente ignorato dalla federazione italiana, a 19 anni ha salutato amici e parenti per iniziare una lunghissima frequentazione dei tornei challenger in ogni parte del globo, meritandosi l’appellativo di “zingaro del tennis“. Oggi Pozzi ricorda con soddisfazione mista a divertimento che, a quei tempi, durante i tornei era costretto dal conto in banca che stentava a crescere ad alloggiare in alberghi di dubbia fama…

Risultati (e guadagni) appena discreti hanno infatti contrassegnato la prima parte della carriera del barese fino alla svolta del 1991 quando, alla non più giovanissima età di 26 anni, ha vinto a sorpresa il suo primo (e unico) torneo ATP uscendo finalmente dall’anonimato: sul cemento di Brisbane, Gianluca sconfisse in quell’indimenticabile settimana settembrina in terra australiana i vari Stolle, Woodbridge, Grabb, Stoltenberg ed in finale Aaron Krickstein con il punteggio di 6-3/7-6. Grazie a questo successo chiuse l’anno al n° 75 delle classifiche mondiali dopo averlo iniziato intorno alla 200^ posizione.

Gli anni immediatamente successivi, pur contrassegnati da alti e bassi, hanno comunque confermato l’ingresso in pianta stabile di Pozzi nel tennis che conta, procurandogli un gran numero di tifosi affascinati dal gioco d’altri tempi del “McEnroe dei poveri” (un altro nomignolo con il quale è rimasto famoso) fatto quasi esclusivamente di colpi liftati, al volo, smorzate, pallonetti, ecc. Una vera e propria mosca bianca in una disciplina ormai preda dei picchiatori della pallina che sparano servizi ad oltre 200 kmh, che angustiano il pubblico con infiniti scambi da fondo campo, che utilizzano soltanto la solidità fisica, a scapito della tecnica pura, quale arma per vincere le partite. Ecco, la grande impresa di Pozzi è stata quella di essersi saputo ritagliare uno spazio importante in un tennis che non avrebbe dovuto più appartenergli: lui sarebbe stato a suo agio negli anni ’60-’70, a duellare con i grandi virtuosi della racchetta australiani e americani e non oggi, a difendersi dalle bordate degli instancabili arrotini spagnoli e sudamericani. Non per altro ha sempre mal digerito la terra rossa preferendo le superfici più veloci possibili, l’erba innanzitutto.
Il mancino barese ha vinto molti tornei challenger nel corso degli anni: Kuala Lumpur in Malesia (da cui l’ennesimo soprannome: Sandokan), Taiwan, Cherbourg, Wolfsburg, Velenje, Flushing, Winnetka, Andorra, Surbiton, Tel Aviv, ed altrettante volte ha raggiunto la finale. Nei tornei maggiori, oltre il successo di Brisbane, ha raggiunto la finale a Vienna nel ’92 (k.o. da Korda dopo aver battuto Bruguera e Chesnokov), la semifinale al Queen’s nel 2000 (facendo un paio di vittime illustri: Agassi e Safin), i quarti ad Halle (’98 e ’99), Nottingham (’98 e 2000) e Marsiglia (’99) e gli ottavi agli US Open (’94) e a Wimbledon (2000).

Capitolo Coppa Davis: completamente dimenticato da Adriano Panatta anche nei momenti di miglior forma e in incontri da disputare sulle superfici a lui più congeniali, ha avuto inizialmente qualche chance maggiore da Paolo Bertolucci che l’ha convocato per la semifinale e la finale dell’edizione 1998, facendolo però giocare in entrambe le occasioni solo a risultato acquisito (vittoria contro l’americano Gilmestob, sconfitta contro lo svedese Gustafsson); l’anno seguente, finalmente ha avuto l’opportunità di esordire come titolare in Svizzera, rimediando un secco 0-3 dal forte Marc Rosset ma superando poi il giovane talento Roger Federer. Clamoroso, invece, è stato l’episodio del 2000 che ha sancito la retrocessione in serie B dell’Italia e l’esonero del CT Bertolucci: Pozzi, che per l’intera stagione si era proposto quale miglior tennista azzurro, è stato colpevolmente messo da parte in vista dello spareggio-salvezza da giocare in casa contro il modesto Belgio; inoltre, come superficie, è stata scelta la terra rossa invece che assecondare le abitudini soprattutto “erbivore” del barese. Ebbene, sapete tutti come è andata, con Gaudenzi sconfitto seccamente dal giovane Olivier Rochus che, appena un mese prima, era stato “maltrattato” sull’erba di Wimbledon dal nostro Gianluca.
La partecipazione come unico singolarista azzurro alle Olimpiadi di Sydney (eliminato al 2° turno da Alami) l’ha in parte ricompensato delle delusioni della Davis.
Chiusa la carriera internazionale (durante la quale è salito fino al numero 40 della classifica ATP), adesso per lui inizia una nuova esperienza come istruttore: sua intenzione, infatti, è quella di costruire un’Accademia del Tennis a Milano. D’altronde un atleta che è riuscito nella mirabile impresa di progredire intorno ai 30 anni, ossia il periodo in cui solitamente si comincia la parabola discendente, ha moltissimo da insegnare. Speriamo che anche grazie ai suoi suggerimenti il nostro tennis possa rialzarsi dallo stato di torpore nel quale staziona da ormai troppi anni.

Raffaele Dambra
Articolo scritto per Itinera Puglia il 25/11/2003

Gianluca Pozzi, lo zingaro del tennisultima modifica: 2014-02-15T17:49:00+00:00da raffaeledambra
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